Come una talpa in cerca di luce, Tim Lincecum vuole uscire dalla tana e sta tentando un ritorno in MLB. La notizia risale a una settimana fa circa. Adam Ottavino, rilievo dei Colorado Rockies, e Kyle Boddy, responsabile di Driveline, un "laboratorio" che si occupa con metodi innovativi e con l'uso di dati scientifici dello sviluppo dei lanciatori, in particolare della velocità dei propri lanci, hanno pubblicato foto che ritraevano "The Freak" al lavoro.

Lincecum è parso decisamente più robusto e in condizione. Lincecum, vincitore di due premi Cy Young e di due World Series con i San Francisco Giants, non è il tipico lanciatore "spaccatutto", non è un Aroldis Chapman e non è un Noah Syndergaard. Ha fatto della sua varietà, dei suoi cambi di velocità il suo successo. La sua fastball è scesa da una costanza di circa 93 miglia all'ora a 87 nel 2015 e il suo rendimento è sceso considerevolmente. Dal biennio 2008-2009 dei due Cy Young al 2011 collezionò costantemente più di 10 vittorie e un'ERA tra 2.48 e 3.43, poi un pessimo 2012 lo ha relegato nel bullpen, dove però è riuscito a fare la differenza durante la World Series contro i Tigers. Nelle due stagioni successive, Lincecum ha subito sempre più fuoricampo e ha prodotto meno strikeout e meno rimbalzanti. Da asso è diventato un partente come gli altri e le 15 partenze nel 2016, in cui subì 37 punti in 76 inning, seguiti dagli infortuni ai fianchi, suoi indesiderati compagni di viaggio, hanno portato alla chiusura del rapporto con i Giants.

Un'altra squadra della West Coast, i Los Angeles Angels, hanno provato a riesumarlo senza successo. Dopo nove partenze, la sua media ERA era di 9.16. Circa il 40% dei colpi messi in campo dai battitori erano solidi e, come spesso succede, si tramutavano in valide (ne subì 68 in 38 riprese). Nella sua ultima partenza a Seattle (5 agosto 2016), fu colpito duro con sei punti in 3.1 riprese lanciate. Fu spedito nei Minors con biglietto di sola andata. Era ora di rielaborare la propria identità.

Tim Lincecum era diventato famoso anche per il suo caricamento anomalo che gli insegnò suo padre Chris. All'inizio della sua carriera arrivava anche a 94-95 miglia all'ora, nel 2015 chiese di nuovo aiuto al padre, ma il problema è diventato irrisolvibile, perchè il controllo dei lanci era andato deteriorando in maniera massiccia, perchè il caricamento lungo ha consumato i fianchi.

Da molto tempo non si sentono notizie di "The Freak". Un articolo del Mercury News dell'agosto scorso ha messo in evidenza il fatto che, oltre a qualche voce di corridoio, non si sapeva nulla di Lincecum e del suo desiderio di tornare a lanciare. Il fatto era che le firme sui documenti del ritiro non c'erano, quindi il pensiero di salutare prematuramente il baseball (è coetaneo di Max Scherzer, vincitore del Cy Young nel 2017). Così si è rivolto ad uno dei guru in giro per gli States.

Kyle Boddy e i suoi collaboratori a Driveline registrano vari successi nei loro metodi. Trevor Bauer è cresciuto sotto gli ordini di Ron Wolforth al Texas Baseball Ranch e di Boddy per aumentare la sua velocità dei lanci. Dan Straily, pitcher dei Marlins, ha incrementato la velocità e la rotazione della sua fastball ed è diventato silenziosamente l'asso della squadra di Miami. In più l'importanza della curva, altro aspetto su cui Driveline ha lavorato di recente, è al passo coi tempi, visto che nel 2017 l'uso della curva è tornato ad essere molto frequente (per alcuni più frequente della fastball). Non tutti i "prodotti" che hanno lavorato per i due guru sono rientrati con successo, ma con gli aggiustamenti nella fastball e un pizzico di salute in più, Lincecum potrebbe meritare un'opportunità.

Come tanti altri pitcher, il nativo di Seattle sarà destinato ad un minor league contract con la possibilità di far vedere le proprie armi durante Spring Training, ma questo sarebbe un inizio. Rich Hill e Scott Kazmir sono tornati competitivi nonostante la carta d'identità desse motivi di scetticismo. Non sappiamo le sue vere intenzioni, ma nella sua seconda carriera non è da escludere che Lincecum possa essere inserito nelle rotazioni dei rilievi di alcune squadre che hanno bisogno di inning e di esperienza dal proprio parco rilievi (Phillies? Brewers? Giants?). I tifosi dei Giants si innamorarono di lui, del suo stile differente dal primo giorno in cui lo videro lanciare. Un ritorno di fiamma avrebbe dell'incredibile, ma per non farsi abbagliare troppo dai miraggi è meglio tornare con i piedi per terra.

"The Freak" non si è ritirato e fisserà a breve date per un provino. La sua seconda giovinezza non ha una destinazione certa, ma il 2018 potrebbe essere un anno chiave per una carriera, la cui favola è finita molto, troppo presto.

 Fonte foto copertina: mlb.com

 

Nel giorno della presentazione di Carlos Santana come nuovo membro dei Philadelphia Phillies, i Cleveland Indians tappano definitivamente il buco in prima base. Il prescelto a sostituire l’unico prima base in MLB (assieme a Rizzo, Votto, Goldschmidt e Abreu) a vantare almeno 100 fuoricampo e 100 doppi dal 2014 è Yonder Alonso, cubano classe ‘87, reduce da una stagione trascorsa tra Oakland e Seattle.

Come riportato da Bob Nightengale di “USA Today”, il nuovo prima base Indians totalizzerà 16 milioni di dollari in due stagioni mentre Ken Rosenthal di “The Athletic” aggiunge ai rumors contrattuali anche una vesting option da altri 8 milioni di dollari per un eventuale 2019.

Prima base con estemporanee presenze in terza ed esterno sinistro nel corso della sua carriera, Alonso, ex primo giro dei Cincinnati Reds, deve il suo valore contrattuale alla cosiddetta “fly-ball revolution” (ovvero la pratica di cambiare completamente lo swing specialmente sui lanci bassi per produrre più volate), di cui nella passata stagione è stato uno dei più famosi membri.

Tra il 2010 ed il 2016, infatti, Alonso è stato un normale battitore con poca o nulla potenza nella sua mazza. In 2343 apparizioni al piatto in Major League, Alonso ha battuto .269/.334/.387 con appena 39 fuoricampo e 127 doppi dimostrando però anche una spiccata attenzione alla zona di strike con appena il 14.4% di strikeout subiti ed una percentuale di basi su ball del 8.9.

In questi anni ha colpito più groundballs (45.3%) che flyballs (32.6%) ma lo scorso anno il trend si è invertito con Alonso capace di tagliare le rimbalzanti del 12% a tutto vantaggio delle flyballs proprio grazie al nuovo approccio al piatto.

Il risultato è stato prodigioso: in 521 apparizioni al piatto, Alonso ha colpito 28 fuoricampo, segnato 72 punti e spinto a casa ben 67 punti. Pur subendo il doppio di strikeouts rispetto al 2015 e 9 punti percentuali in più rispetto al 2016, Alonso ha mantenuto alta la sua onbase% con un buon .365 mentre anche media battuta (.266) e slugging percentage (.501) schizzavano a nord.

Alonso, che ha trascorso gran parte della stagione ad Oakland, ha poi subito uno slump una volta trasferitosi a Seattle proprio quando i lanciatori avversari hanno cominciato a correggere le proprie traiettorie.

La firma di Alonso è per gli Indians comunque un grosso rischio dato che non ci sono certezze sul fatto che il giocatore possa ripetere una stagione da All-Star come quella giocata ad Oakland e visto il track record recente (il campione statistico tra 2010 e 2016 resta comunque abbastanza solido) ci sono più possibilità che il giocatore possa tornare a produrre sul replacement level piuttosto che continuare a battere a livelli decisamente produttivi.

Inoltre, rispetto agli ultimi anni le sue qualità difensive sono peggiorate (6 errori in più in prima base rispetto al 2016, 7 in più rispetto al 2015) ed il fatto di essere sostanzialmente un platoon player (530 at bat in carriera contro i mancini con .234/.303/.349 con appena 80 apparizioni al piatto nel solo 2017) non aiutano l’investimento degli Indians che adesso aggiungono un altro mancino ad un roster che già può contare su Brantley, Chisenhall, Zimmer, Kipnis (ora sì sempre più fuori dagli schemi della tribù), Tyler Naquin e gli ambidestri Lindor, Ramirez ed Almonte.

Per questo motivo non è da escludere (anche se in squadra vi sono attualmente tre destri out of options come Urshela, Gonzalez e Refsnyder) di vedere gli Indians continuare a cercare una mazza destra oltre ad un braccio da poter inserire nel bullpen per rimpiazzare le perdite di Bryan Shaw e Joe Smith.

Dopo lo sbarco di Othani in California, sponda Angels, l'attesa per il prossimo talento del Sol Levante si è spostata dall'estremo nord (Sapporo) all'estremo sud (Fukuoka), dove gli addetti ai lavori tengono attentamente sottocchio il 24enne destrorso Kodai Senga.

 

Nell'attesa che il tre volte vincitore della Japan Series appaia sui diamanti a stelle e strisce c'è però chi è andato a pescare per altri luoghi del Giappone, alla ricerca di braccia utili per rinforzare ulteriormente il proprio bullpen. E' il caso degli Arizona Diamondbacks che sono riusciti ad assicurarsi le prestazioni di Yoshihisa Hirano, rilievo destrorso 33enne sulle cui traccie erano anche Dodgers, Cardinals e Tigers.

 

Hirano vanta undici stagioni giocate a Kobe con la casacca degli Orix Buffaloes, travagliate però dal punto di vista degli infortuni, il più grave dei quali subito a inizio 2008, stagione che fu costretto a saltare interamente per via della rottura di un frammento cartilagineo del gomito destro.

 

Inizialmente partente, a seguito di un assai deludente 2009 (3-12, 4.72 ERA, 91 K in 114.1 IP, quasi sicuramente effetti dell'operazione subita) si è convertito in rilievo, dove i suoi numeri sono notevolmente migliorati, tanto da condurlo a 156 salvezze (career-high di 40 nel 2014) e il riconoscimento nell'ultimo anno (29 saves) tra i migliori closer della Pacific League, dietro solamente a Sarfate (Fukuoka) e Matsui (Tohoku).

 

Nel 2017, ultimo anno del suo contratto con i Buffaloes (¥ 300,000,000 di contratto, quindi $2,560,200), Hirano ha mostrato un leggero calo nel numero degli strikeouts (7.4 K/9, mai così basso da quando è entrato nel bullpen), ma il suo arsenale comprendente una fastball da 92-94 mph ed una forkball tipica di tanti lanciatori nipponici non sembra averne risentito.

Va inoltre segnalato il suo stile di lancio con un rilascio a tre-quarti.

 

I termini giuridici ed economici dell'accordo con i Diamondbacks saranno noti solamente a seguito delle visite mediche, ma si parla di un contratto di 2 anni per $6M totali, da suddividere in modo equo tra 2018 e 2019.

 

Arizona, che nella storia ha avuto tra le propria fila sono un altro giocatore proveniente dal Giappone (Takashi Saito, che nel 2012, a 42 anni, fece sedici apparizioni sul monte), si ritrova ora con tre diversi giocatori papabili per il ruolo da closer (Bradley, Boxberger e Hirano) a formare un parco rilievi di buon valore per un team che si presenterà ai blocchi di partenza da contender.

 

Foto: twitter.com

Sembrava impossibile ma alla fine è successo: Evan Longoria, plebiscitariamente acclamato come miglior giocatore della breve storia dei Tampa Bay Rays, lascia la Florida dopo dieci anni di carriera spesi tra le mura di Tropicana Field per andare dall'altra parte degli States, nella sua California (Longoria è nato e cresciuto a Long Beach), per indossare la casacca dei San Francisco Giants.

 

La voce di un addio di Longoria era nell'aria da tempo, con i Dodgers come primi indiziati per firmare il ragazzo della Southern California, ma l'eccellente 2017 di Justin Turner a protezione della terza base in Chavez Ravine ha dissipato ogni voce di mercato riguardante Longoria, che nel frattempo stava vivendo una delle stagioni più oscure della sua carriera da tre volte All-Star (.261/.313/.424, 20 HR, 86 RBI ed fWAR di 2.5), salvata solo da prestazioni difensive più che convincenti che gli hanno fatto vincere il Golden Glove, primo trofeo personale da sette anni a questa parte, ovvero da dopo il triennio 2008-10 in cui il giovanissimo Evan sorprese il mondo della Major League Baseball con straordinarie prove di forza, tanto da trascinare i Rays, nel suo anno da rookie, al pennant della American League.

 

Appena 32enne, nonostante il suo nome sia da tempo nelle élite del baseball mondiale, Longo si congeda dal pubblico della Florida occidentale portandosi dietro dieci record di franchigia sui diciotto dedicati ai position players, tra cui fuoricampo (261), punti portati a casa (892), doppi (338) e partite giocate (1435).

 

Longoria è attualmente sotto contratto fino al 2023 in cui percepirà $94M, con la possibilità di una club option al termine del 2022 con buyout fissato a $5M. Cifre pesanti per un giocatore che nell'ultimo anno ha dimostrato qualche segnale di declino, ma su cui la dirigenza dei Giants, alla disperata ricerca di un terza base titolare, nutre ancora grandi speranze.

 

Nella trade sono andati a Tampa Bay quattro giocatori, i più significativi dei quali il 33enne esterno Denard Span, nativo proprio di Tampa, e Christian Arroyo, prospetto #1 dell'organizzazione secondo MLB.com, capace di giocare sia interbase che in terza e dotato di un eccezionale contatto, tanto che nel breve stint in Major League quest'anno ha potuto togliersi una soddisfazione battendo la prima valida della propria carriera contro Clayton Kershaw.

Gli altri due giocatori inseriti nello scambio sono i lanciatori, rispettivamente mancino e destrorso, Matt Krook e Stephen Woods.

 

Sarà Evan Longoria il nome giusto per riportare in alto la squadra campione del mondo tre volte negli ultimi otto anni oppure la perdita di un prospetto come Arroyo peserà sull'economia dei nero-arancio? Ai posteri l'ardua sentenza.

Foto: riveraveblues.com

 

Uno dei commentatori più importanti degli ultimi cinque decenni ci ha lasciato ieri notte all'età di 82 anni: addio a Dick Enberg, ex storico broadcaster dei San Diego Padres, fra le tante avventure da lui intraprese (10 Super Bowl, 28 Wimbledon). E' stato introdotto nella Hall of Fame col Ford Frick Award nel 2015.

Nuovi scenari nella vicenda Eric Hosmer. Il prima base più desiderato del mercato free agent non approderà a Boston, dopo che i Red Sox hanno acquistato Mitch Moreland con un contratto biennale da 13 milioni di dollari in due anni. Nella corsa per il campione del mondo 2015 rimangono due piste calde, quella dei San Diego Padres, franchigia che potrebbe dare una scossa al processo di rebuilding, oppure quella del ritorno ai Kansas City Royals, squadra nella quale Hosmer ha militato per sette anni e con la quale ha vinto appunto la World Series del 2015.

Dal primo giorno di mercato i San Diego Padres sono stati indicati tra le più interessate ad aggiudicarsi le prestazioni di “Hoz”. Tuttavia la franchigia californiana ha già Wil Myers a coprire il sacchetto di prima base e con un’estensione di contratto da sei anni per 83 milioni di dollari rappresenta la colonna portante dei Friars negli anni venturi. Nel caso dell’arrivo di Hosmer, non è da escludere che Myers si sposti nell’esterno, insieme a Manuel Margot e Hunter Renfroe, consentendo così al 28enne di occupare il ruolo che lo ha reso un All-Star per ben quattro volte. Tuttavia c’è molto scetticismo riguardo il possibile spostamento di Myers nell’esterno, zona del campo in cui ha debuttato con i Rays, ma nella quale ha fatto spesso fatica ad inizio carriera. Il giocatore ha affermato, in un’intervista recente, che per vincere è disposto anche ad un nuovo spostamento.

Il cliente di Scott Boras è molto desiderato ed il suo contratto potrebbe valere anche tra i 130 e i 150 milioni di dollari per un periodo tra i sei e i sette anni. La spesa è affrontabile dai Padres, come lo è anche per i Royals, la sua ex franchigia, nonostante siano due franchigie con risorse economiche limitate (small market teams”). La franchigia sta attraversando un momento interlocutorio. Il nucleo dei vincitori della World Series 2015 è ridotto all’osso (Danny Duffy, Salvador Perez ed Alex Gordon) ma con un contratto lungo sei anni i Royals pensano di poter usufruire comunque di un Hosmer 33enne o 34enne che possa aiutare la squadra a giocarsi l’accesso alla postseason. Inoltre l’investimento di “Hoz” sarebbe anche utile all’interno della club house. Il prima base potrebbe essere un ottimo collante tra i giovani in arrivo e i veterani come Whit Merrifield e Salvador Perez.

Il general manager dei Royals Dayton Moore ha tuttavia espresso la volontà di scendere sotto il payroll di 110 milioni nel 2018. Questo significherebbe lasciarsi sfuggire Hosmer e liberarsi di qualche altro contratto pesante.

Nel caso invece i Padres non riuscissero ad assicurarsi Hosmer, si è vociferato di un possibile ritorno di fiamma, quello di Adrian Gonzalez a San Diego. “A-Gone” ha trascorso ben cinque stagioni nel sud della California e un ritorno non sarebbe da escludere. Gonzalez è appena stato rilasciato dai Braves nella anomala trade fra Los Angeles e Atlanta. Gonzalez però ha 35 anni ed è in fase calante della sua carriera. Numerosi infortuni gli hanno permesso di giocare soltanto 71 partite nella scorsa stagione e la garanzia che possa tornare a rendere come in passato non c’è. Tuttavia è una pista percorribile. Nulla è ancora deciso, molti sono i possibili scenari e la vicenda Hosmer può prendere pieghe differenti. La sua firma non sembra imminente, ma “Hoz” può diventare uno dei regali di fine 2017 o di inizio 2018.

 

Fonte foto copertina: sportingnews.com

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